Alla scoperta di Martin Thomsen, il talento “spingboks” del Monferrato Rugby

Più informazioni su

Tra i volti nuovi del Monferrato Rugby figura il talento sudafricano Martin Thomsen (in foto accanto al dirigente Matteo Binello presso la factory astigiana Canterbury). Un esterno di grande qualità, classe 1987, che andiamo a scoprire da vicino.

Se pensiamo a Martin la curiosità ci spinge al contempo a scoprire come nasce il suo percorso rugbystico: «In Sudafrica il rugby è sport nazionale – esordisce Thomsen – Posso affermare di essere nato con la palla ovale in mano, le scuole da noi utilizzano il principio dei college statunitensi. Al mattino si studia, nel pomeriggio vengono dedicate 3 o 4 ore allo sport, con spazio agli incontri di campionato nel fine settimana. Gli sport nazionali da noi sono rugby, cricket, atletica, hockey sul prato, ma anche il netball, dove vantiamo una formidabile squadra femminile, e il calcio, attività in forte espansione».

Il 1995 è l’anno della folgorazione per la palla ovale: «Il successo degli Springboks, che venne raccontato con uno splendido film, fu d’ispirazione per molti giovani atleti e il rugby ebbe una vera e propria crescita esponenziale, con un notevole aumento dell’attività – racconta il neo acquisto degli astigiani – Il fine settimana era vissuto con l’appuntamento fisso della partita per noi ragazzi, dopodichè tradizione voleva che ci si ritrovasse in famiglia, per una grigliata. La giornata si concludeva poi con la partita in tv, dove ci siamo commossi e abbiamo esultato per i successi del XV del Sud Africa».
Se pensiamo al 1995, il parallelismo tra sport è politica è d’obbligo: la vittoria mondiale, ma anche l’immagine indelebile di Nelson Mandela: «Mandela, attraverso lo sport, ha saputo unire la gente. Il Sud Africa viveva di forti contrasti tra bianchi e neri e la sua determinazione nel perseguire la pace e l’unità ha fatto si che diventasse realtà anche grazie alle imprese della nostra Nazionale – ammette Martin – Ultimamente, tuttavia, i contrasti sono tornati a emergere».

Il percorso sportivo in Europa di Thomsen inizia giovanissimo: «Giocai un anno in Inghilterra, poi tornai nel mio Paese. Nel 2011 invece ho iniziato il mio percorso in Italia. Da noi l’approdo nella vostra nazione è un sogno, la storia di Roma, Firenze e Venezia, le bellezze italiche sono scolpite nella mente di tutti. Arrivare da voi era un obiettivo che fortunatamente ho realizzato». «La mia prima tappa è stata Avezzano, vicino a L’Aquila in Abruzzo. Ho giocato una stagione, poi sono tornato in Africa, per poi disputare altri due anni – ricorda l’esterno – Ho girato tutto lo “stivale”, giocano successivamente al CUS Torino, alle Fiamme Oro di Roma, a Fiumicino, e al Valpolicella. Un brutto infortunio al crociato mi ha poi spinto a tornare a casa, dove ho iniziato a lavorare abbandonando temporaneamente la carriera sportiva. Completata la riabilitazione l’amore per la palla ovale ha prevalso: mi sono trasferito nel Torinese, al Settimo, due stagioni. Oltre a giocare con la prima squadra ho iniziato anche ad allenare, che era un altro mio traguardo, l’Under 16 e la squadra di Serie C1 a San Mauro. In estate è giunta l’opportunità di vestire la maglia del Monferrato e l’ho colta».

Molto positiva l’impressione sulla nuova compagine: «Si lavora molto sul settore under, ed è la scelta giusta. C’è grande potenziale e qualità, apprezzo la scelta di crescere gli atleti in casa perché senza settore giovanile è quasi impossibile sviluppare un progetto vincente». Che cosa differenzia il rugby sudafricano da quello italiano? «Per noi il rugby è religione, si esce in strada a giocare, si vive con la palla ovale tra le mani, quasi come se fosse parte di noi. Si gioca, si prende qualche botta, ma fa parte del gioco, perché la squadra è una seconda famiglia, il terzo tempo è la conclusione di una giornata di sport e un momento di grande aggregazione. In Italia c’è ancora un pizzico di timore per il dolore fisico, il gioco è più lento ma comunque l’attività lentamente sta crescendo».

Sarà certamente un Monferrato da vertice al via del campionato di Serie B: «Ho parlato con coach Franchi e ho apprezzato molto la sua volontà di porre obiettivi prestigiosi, come quello di salire di categoria. Il CUS Milano, Rovato e altre squadre ci daranno filo da torcere ma è bello aspirare a qualcosa di ambizioso, senza traguardi all’orizzonte si fatica a fare sport agonistico. Il rugby è fatica, sudore, famiglia, l’ho amato giocando dalle 9 del mattino sino al tardo pomeriggio, ritagliando tempo dopo la scuola con fratelli e amici, ed è quello che provo a insegnare ai ragazzi del Monferrato, come tecnico delle “Skills”: per capire sino in fondo il rugby la palla ovale deve diventare parte di noi, una sorta di compagna di vita», conclude. La mentalità Springbok per un Monferrato ambizioso: ci sono traguardi prestigiosi all’orizzonte.

Più informazioni su