Matteo Piano: “Olimpiade nel 2021? Decisione giusta: la cosa più importante è la salute della gente”

Matteo Piano, centrale della Powervolley Milano, è confinato in casa, come tutti noi, a causa di questo terribile Covid 19. Matteo ha rilasciato un’intervista esclusiva in videochiamata a Francesco Fungo per SportAsti, al quale ha rivelato come sta procedendo il recupero dall’infortunio al ginocchio sinistro, e non solo.

L’astigiano ci ha anche detto come sta trascorrendo questa quarantena, in compagnia di film, libri e anche dilettandosi un po’ in cucina, trovando, tra una spadellata e un’altra, il tempo di dedicarsi a “Brododibecchi”, nata come webradio nel 2015, a cui sia Matteo che Luca Vettori, amico e collega pallavolista col quale ha condiviso l’esperienza a Modena, si dedicano nel tempo libero.

Matteo, come procede il recupero dall’infortunio?
Procedeva molto bene, ma questa quarantena purtroppo ha bloccato tutto. Il più del lavoro l’avevo fatto ma ora sono fermo e non posso fare molto, anche perchè gran parte del recupero veniva fatto con il fisioterapista. Negli ultimi tre/quattro mesi ho fatto molta riattivazione, tanto lavoro in piscina, e ora che stavo partendo con salti e spostamenti, nel momento in cui avrei dovuto accelerare col recupero è arrivata questa quarantena. Comunque sono consapevole della situazione attuale e l’ultimo problema è stare a casa, quello che conta maggiormente è la saluta della gente.

Andiamo ad analizzare il momento in cui hai voluto giocare a Pallavolo: com’è nata la passione e chi te l’ha trasmessa?
Credo sia nata da sola la passione, anche perchè in famiglia non c’era nessuno che giocasse o che comunque ne fosse appassionato. Il primo contatto col mondo della Pallavolo è sicuramente stato quando ero bambino, grazie al cartone animato “Mila e Shiro”, un po’ come “Holly e Benji” per i calciatori. Poi crescendo ho avuto modo di giocare due anni a basket, sfruttando soprattutto la mia altezza. La figura che è stata fondamentale per potermi veicolare alla scelta definitiva della pallavolo è stata Fausto Ferraris, luminare del volley astigiano, il quale ha creduto molto in me, facendo capire anche gli scettici che sarei arrivato ad essere un pallavolista, ma che avrei avuto bisogno del mio tempo. Queste parole me le ricordo tuttora e sono state fondamentali per indirizzarmi a questo meraviglioso sport.

Hai lasciato Asti nel 2009 e ti sei trasferito a Piacenza, dove vinci una Supercoppa Italiana, seppur non da protagonista. Nel 2011 invece passi a Città di Castello. Col Club Umbro trascorri 3 anni, mettendo in bacheca un campionato di A2. All’interno della parentesi umbra arriva la chiamata in Nazionale nel 2013. Ci racconti l’emozione e cosa hai provato al momento della chiamata di coach Mauro Berruto?
Una chiamata che non mi sarei mai aspettato. Ho iniziato ad accorgermene dopo però, quando mi sono messo in testa che sarei voluto andare alle Olimpiadi. So che era un sogno ed è per questo che ho lavorato duramente: non mi sono mai fermato. La Nazionale è una continua motivazione, di cui ora sento di avere responsabilità essendo tra i veterani. Ne parlavo proprio con un mio compagno poco tempo fa, la Nazionale è stato un grande percorso ed è la rappresentazione di un movimento importante.

E dopo Città di Castello: Modena!
Sono arrivato a Modena con una voglia di rivalsa gigante. La mia Modena è stata la Modena della rinascita: un mix di successo e risultati. La città è riconosciuta in tutto il mondo per il volley e la gente ti fa percepire una passione pazzesca. Abbiamo vinto una Coppa Italia subito ed è stato fantastico. Poi col passare del tempo c’è stato qualche problema, mi sono fatto male e non ho potuto aiutare i miei compagni nella conquista dello Scudetto. Non ho condiviso qualche scelta della società ma sono rimasto ugualmente, perdendo un anno in cui ho giocato poco e coltivando per un momento anche l’idea di ritirarmi dalla Pallavolo. Ma l’anno 2016 mi ha aiutato tanto per il Matteo che sono adesso. La definisco come la fine dei miei venticinque anni in cui ho imparato ad allenare il mio istinto.

Hai parlato della tua rincorsa all’Olimpiade di Rio 2016. Ci racconti l’atmosfera e la sensazione di partecipare a un evento del genere?
L’Olimpiade è l’evento che racchiude tutta l’umanità: sia chi segue lo sport sia chi non lo segue. Quando ero più piccolo l’Olimpiade era tutto, avrei disputato questo evento in qualsiasi sport. La cosa che mi piace di più è l’uguaglianza che traspare: non c’è diversità dallo sportivo del Guatemala a quello Italiano; tutti si fanno il mazzo per arrivare a quel livello, ognuno con le proprie difficoltà e con i propri mezzi. Io poi l’ho vissuta in maniera molto romantica, parlavo con tutti, conoscevo e chiedevo. E’ stato fantastico. Quest’anno non potremo vivere quell’emozione a causa dello slittamento di Tokyo 2020 all’anno prossimo. Sono d’accordo con questa scelta, le condizioni attuali non permettono la riuscita e il regolare svolgimento della manifestazione. Come detto prima la saluta delle persone viene prima di tutto.

Nel 2017 riparti da Milano. Cosa ti ha spinto a fare questa scelta?
Sono orgoglioso di questa scelta. Ho sposato un progetto molto ambizioso, la squadra arrivava da anni difficili e quello che siamo ora è merito degli ultimi tre anni. Abbiamo fatto tanto, spero che si possa andare avanti in questa direzione, pur sapendo che migliorarsi di continuo è molto difficile. Mi sento parte di questa società, di questa città di cui sono innamorato.

Nel 2014, assieme a Luca Vettori, hai creato un format molto interessante, trattasi di Brododibecchi. Cosa puoi dirci a riguardo?
Brododibecchi è scattata dal fatto che volevamo trovare un passatempo in Nazionale. La vita sportiva è monotona perciò diventava necessario discostarsi da quell’immagine. Sia a me che a Luca Vettori è sempre piaciuta la dinamicità della radio e quindi abbiamo voluto portare qualcosa di nuovo come il Podcast. Volevamo parlare, comunicare qualcosa attraverso la voce. Da lì è proseguito tutto, siamo diventati compagni di squadra a Modena, abbiamo creato un associazione culturale, quest’anno abbiamo aperto una società e siamo stati in Africa per un progetto di artigianato solidale. Inoltre la sede della società è ad Asti, la Onlus è di Torino quindi c’è molto delle nostre origini. Anche in questa quarantena abbiamo pubblicato delle cose simpatiche, come ad esempio dei podcast di questi quattordici giorni chiamati “pratiche poetiche”, i quali non sono altro che dei gesti da fare stando fermi. Vogliamo continuare in questa maniera, sia per me che per la comunità. Lo sport deve essere un veicolo e un’opportunità.

Prima di salutarci, lo scorso 24 ottobre, giorno del tuo ventinovesimo compleanno, è uscito il tuo libro “Io, il centrale e i pensieri laterali”. Il libro è stato scritto insieme alla psicoterapeuta e psicologa che dal 2014 ti segue come mental coach, Cecilia Morini. Com’è nata l’idea di scrivere un libro e cosa racconti all’interno di questo tuo lavoro?
Ho conosciuto Cecilia a una conferenza nel 2014, e lì mi sono detto che non sarebbe stato male iniziare a lavorare con una psicologa dello sport. Io inoltre ho dato un esame di psicologia dello sport e mi sono appassionato alla materia, per cui iniziare a lavorare su di me l’ho vista come un’opportunità, soprattutto in quel momento in cui i miei impegni nella pallavolo erano triplicati. Era il periodo del primo anno a Modena, in cui ho avuto momenti difficili nonostante le vittorie, ho subito un intervento alla schiena ma sono comunque rientrato in corsa per una qualificazione olimpica nella World Cup 2015 in Giappone. Prima dell’ultima partita, decisiva per il nostro approdo a Rio, ho sentito Cecilia e le ho detto che il lavoro che stavamo facendo, secondo me, sarebbe dovuto finire su carta perchè poteva essere utile per altre persone. Magari tanta gente ha vissuto quello che ho vissuto io, ma a causa della timidezza non riesce ad avere uno sprint per poter comunicare le loro emozioni, per cui grazie alla figura professionale di Cecilia e al mio volersi mettere in gioco abbiamo iniziato questo lavoro, finito nel 2019. Il mio intento era quello di non snaturare questo progetto, la quale ha un’idea di utilità e non di biografia. Non è comunque stato facile far passare questo messaggio, e per questo devo ringraziare la casa editrice “Baldini+Castoldi” a cui è piaciuta l’idea. Sono felice perchè mi mette in contatto con i giovani ed è bello poterlo fare ora che sono giovane pure io. Nel mio piccolo vorrei fosse una cosa utile e originale, che possa far vedere lo sportivo come un modo di arrivare all’obbiettivo e non come un eroe.

La redazione di SportAsti ringrazia Matteo Piano e la sua società, la Powervolley Revivre Milano, per la disponibilità